Tra le colline del faentino

Un casale di campagna tra le colline del primo appennino, un borgo magnetico dominato da due torri e una storia. Quanto basta per dedicarvi una manciata di minuti e viaggiare, anche solo con l’immaginazione.

 

Le ultime case erano scomparse dallo specchietto retrovisore quando la strada s’infilò lentamente nel bosco dove gli alberi si chinavano sullo sterrato che crepitava sotto l’incedere lento delle gomme. Superato il grande castagno che frusciò severo sul tetto dell’auto, il paesaggio riapparve; si trovò di fronte un dolce saliscendi di colline disegnate dal minuzioso lavoro di un trattore che borbottava lontano. Mancava poco. Solo due lunghe curve la dividevano dalla torre sulla cima del poggio che iniziava a delineare i suoi contorni. Era ancora giorno, ma in quel momento del pomeriggio che fa pace con la sera, quando la luce radente perde forza e mescola l’arancio del sole al rosa del cielo.

Nella scia di polvere alzata dalla macchina che saliva lenta, una sagoma aveva iniziato ad agitarsi in un misto di festa e guardia. La lingua a penzoloni ciondolava durante la corsa, ma il ringhio improvviso del muso arricciato le si parò davanti costringendola a una brusca frenata.
Lo sbuffo di polvere bianca svanì in fretta e con esso anche il cane che invertì la rotta richiamato da un battito di mani. Aveva due anni, un carattere fin troppo esuberante, e un mantello grigio con macchie nere e marroni da cui sbucavano due occhi pungenti di un azzurro cristallino. Si mise seduto accanto alle gambe del padrone fino a quando l’auto arrivò sul fianco del portico e si spense con un sussulto. Dalla portiera che si aprì piano, spuntò un vestito nero e morbido con una scollatura che rubava lo sguardo.
Lei era lì, ancora una volta. Semplicemente bella o, così sembrò a lui, in quella luce strana. Dal caschetto di capelli biondi cadde un ciuffo prontamente scostato dal soffio del labbro inferiore. Anch’esso decisamente bello. Poi la donna alzò lo sguardo e puntò su di lui gli occhi. Azzurri. E per un momento la campagna rimase immobile nel frinire dei grilli quasi che tutti, ma proprio tutti, stessero osservando quella scena.

-Ben arrivata. Le disse accompagnando le parole con un gesto del braccio che indugiava in un mezzo inchino imbarazzato mentre la invitava a entrare.
-Davvero posso?
Fecero pochi passi verso l’ingresso accompagnati dallo scricchiolio delle assi del pavimento, quando furono abbracciati dal panorama che su quel lato del casale si perdeva fino alla pianura per confondersi all’orizzonte con il mare. Un tappeto di luci brillava sotto di loro riparato da un cielo scuro pronto a chiudere la danza del giorno.
-Sono senza parole, sussurrò lei voltandosi appena…
-Beh, l’idea era quella… Resta qui, arrivo subito.
L’uomo sollevò la grossa borsa di pelle e la posò appena dentro l’uscio ad annusare il profumo della casa, quindi tornò nella penombra. Avvolto nel profumo del glicine che si arrampicava sulle pietre della facciata c’era un dondolo.
-L’ho preparato per noi, come tutto il resto.
Lei socchiuse le labbra ma non ne uscì nulla.
Si sedettero e restarono in silenzio per un numero infinito di minuti. Immobili a respirare la brezza del bosco.

Il mattino dopo li svegliò un rumore sordo che proveniva dal tetto mentre il sole tagliato dalle persiane
invadeva lentamente le pareti ruvide della stanza.
-Non ti spaventare, i procioni in soffitta approfittano del tepore dei muri e sono puntuali come i primi bagliori del giorno.
La finestra aperta fece respirare la stanza che in pochi istanti si riempì del profumo di terra e ulivi; ai lati della conca apparvero la possente rocca affacciata sulla trama dei vigneti, e la torre dell’orologio da cui fuggirono sei lenti rintocchi a riempire l’aria fresca della mattina.
-Mi piacerebbe che ti fermassi qui, almeno per un po’.
Lei si girò come fosse ancora tra le lenzuola, stropicciandosi gli occhi e il cuore, ma senza guardarlo.
-Mi fermerò.

Nel pomeriggio percorsero lo sterrato in discesa camminando con leggerezza, accompagnati da un tiepido sole che spingeva le loro ombre appaiate qualche passo avanti. Sfilarono la torre dell’orologio e scesero impazienti le lunghe rampe di scale che portavano in paese. Ai piedi delle case color pastello, lui la tirò per un braccio all’ombra del porticato dell’antica via degli Asini. Il chiaroscuro degli archi si affacciava sbalordito sulla piazza dove il lastricato di pietre scure pareva bianco, accecato com’era dal controluce.
Si strinsero. Tanto da sentire il profumo caldo dell’altro. Fu in quel momento che lo ripeté di nuovo, sottovoce.
-Mi fermerò. Questa volta davvero. 

Se vi piace l’idea di scoprire il paese in cui è stata ambientata questa storia, seguite questo link.

 

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