Il mistero della laguna

L’aria salmastra, i canali, i casoni, e le piccole barche. Un paesaggio in cui la natura è protagonista e un antico borgo di pescatori con le case dalle persiane colorate e spiagge lunghissime. Ecco lo scenario del nostro racconto per viaggiare con la fantasia e, intanto, preparare lo zaino.

Mi capitò di notarlo per caso. In una mattina d’estate in cui l’inconfondibile profumo del canale si mischiava a quello dell’erba appena tagliata. Il sole accecava lo sterrato che cuciva la distanza tra il porto e l’isola dei pescatori. E io passavo in bici. Era il piccolo premio che mi concedevo per essermi alzata quando il giorno ancora dormiva.

Lui tirò a sé il ginocchio e appoggiandovi il braccio si voltò puntando su di me lo sguardo. Non fece caso ai vestiti, ai capelli o al colore della bici. Puntò diritto ai miei occhi.
Proseguii nel giro di consegne perché le ceste erano ancora colme di pane caldo e aromi. Restai insolitamente agitata ma poi smisi di pensarci.

Andò così anche nei giorni successivi. Passavo e lui c’era. Lo vedevo di spalle, con le mani raccolte sulle gambe a stringere un taccuino e il viso rivolto al verde dell’acqua che di tanto in tanto rimandava in superficie un rosario di bolle, quasi a restituirgli un pensiero.

Così mi decisi. Una domenica in cui l’alba tardava ad arrivare, mi rifugiai nel chiaroscuro profumato della bottega e intrecciai la pasta in un doppio nodo. Inforcai la bici e andai da lui protetta da un tetto di nuvole grigie. Nel silenzio pieno di vento che spettinava il canneto lo vidi al solito posto. Accovacciato su uno sgabello di legno con il capo protetto da un piccolo basco e la camicia bianca distrattamente risvoltata sulle maniche.
Mi stava aspettando.
Quando gli arrivai a un passo si alzò traballando e strinse gli occhi come per mettermi a fuoco; gli si disegnarono quelle che battezzai “le rughe della saggezza” che distese prontamente accarezzandosi la folta barba dal mento verso il collo.

Mi fissò come la prima volta. E per tutta risposta allungai le mie braccia esili come una scolaretta, porgendo il pane.
Riapparvero le rughe. Buon segno pensai…
Chinò la testa con un cenno di ringraziamento poi lo avvolse in un panno e lo ficcò in tasca.
-Venga, non resta molto tempo.

Camminammo affiancati verso i casoni dove un sentiero s’infilava tra le recinzioni fino a un cancello azzurro. Lo strattonò per dar voce a una campana che fece apparire un’ombra sull’uscio; era un omone coperto a stento da una camicia a scacchi blu in cui i bottoni sembravano gridare per il dolore della tensione. Entrammo. Nel tepore dell’unico locale il camino era circondato da un incastro fittissimo di canne palustri che formavano il tetto e le pareti. Dall’alto delle travi da cui penzolavano vecchie reti da pesca, l’uomo prese qualcosa e uscì.

Sul lato opposto ci aspettava una barca. Il vistoso bordo rosso sui fianchi si allargava a prua dove era dipinto severo il suo nome: La Vecchia.
Seguimmo la corrente e fummo presto al mare. La lunga spiaggia dorata ci accolse con il suo vociare quando tornammo a riva alla Madonna dell’Angelo. Le figure scolpite negli scogli ci seguirono fino al cuore del borgo dove le case colorate abbracciavano l’altissimo campanile cilindrico.
Mi sorprese trovare le persiane rosse del panificio ancora aperte. Indugiai guardando smarrita il mio improvvisato compagno.
-Entriamo, la prego.
Disse lui da dietro la barba.
Superato l’angusto corridoio raggiunse in fretta il laboratorio come lo conoscesse da sempre.
Ero spaventata. Quell’edificio era appartenuto unicamente alla mia famiglia.
Il vecchio estrasse dalla tasca una chiave e aprì senza indugio un’antina in ferro sotto il lavandino. Ne tirò fuori una minuscola cassetta decorata da ciuffi bianchi di muffa. La aprì rapido davanti al mio sguardo incredulo e apparvero due grosse chiavi protette da una custodia di cuoio con le iniziali E.M.H.
-Non posso spiegarti. Ma ti aspetto domani al solito posto. Portale con te.

Lo raggiunsi il giorno seguente accompagnata da un bagaglio di domande che spinse lontano senza darmi il tempo di chiedere. Si limitò a fissarmi con i suoi occhi color del mare.
Di nuovo risalimmo il Nicesolo fino a che la barca poggiò a sinistra. Il motore si spense e rimasi immersa nella pace calda della laguna in cui risuonavano i mille richiami degli uccelli.

-Eccola, disse
Oltre il fiume e tra gli alberi c’era la tenuta di Valle Vecchia con i maestosi camini quadrati e le facciate rosa che si specchiavano nell’acqua.
Mi mancò il fiato mentre stringevo le sue chiavi nelle mani sudate. Balbettai qualcosa mentre la testa si perdeva in congetture quando mi girai in cerca del suo sguardo.
Fu allora che capii di essere sola.

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