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Weekend di gusto in Valtellina

Tutto il gusto della montagna

Pizzoccheri, formaggi e vino. Tre ottime ragioni per esplorare qualche angolo di Valtellina. Camminando se siete sportivi oppure semplicemente a caccia di sapori e paesaggi.

Estate e voglia di stare all'aria aperta, muoversi e camminare. Vi portiamo allora in due angoli di Valtellina: tra le montagne nelle valli del Bitto e tra i terrazzamenti di Chiuro e Teglio. Come sempre, tra luoghi, storie e sapori!

Il bitto dell'Alpe Pescegallo Foppe

Andiamo a conoscere i ragazzi che hanno scelto di trascorrere le proprie estati in quota, per badare alle mucche e alle capre e tenere viva una lunga tradizione, quella di un formaggio unico: il bitto.
Si parte presto ed è ancora buio. Saliamo in silenzio nel bosco fino a sbucare sui pascoli accolti dal suono dei campanacci. Loro sono al lavoro; in effetti sono "già" le 4! Del mattino, ovviamente... Il formaggio, quello buono, arriva da qui e dai tanti altri alpeggi in quota dove si lavora sodo. Arriva dall'esperienza e dall'entusiasmo di qualche giovane che non smette di crederci. Ci avviciniamo superando l'erba alta ancora bagnata e raggiungiamo il calecc (uno dei ripari usati dai pastori in quota), dove lasciamo anche la nostra attrezzatura al coperto; la giornata non è tra le migliori. Qui si munge ancora a mano e le vacche hanno un nome. Ci spostiamo sui prati e conosciamo Paolo, Saverio e Michele, 48, 21 e 36 anni, tutti qui per scelta e per passione, durante l'estate. Ci guardano un po' diffidenti mentre filmiamo e fotografiamo; un po' con lo stesso stupore con cui noi li osserviamo all'opera. I minuti passano, la nostra presenza diventa meno ingombrante e l'atmosfera si scioglie, arrivano le prime parole e qualche risata a scaldare l'alba. Ogni anno, per quattro mesi circa, salgono all'alpe; due volte al giorno, alle 4 del mattino e alla stessa ora del pomeriggio mungono mucche e capre (rispettivamente 50 e 70), quindi si dividono i compiti nella sistemazione del pascolo e nella lavorazione del formaggio; a secondo del clima, della quantità e della qualità dell'erba, le vacche producono ciascuna 5/6 litri di latte. Dopo circa un'ora e mezzo la mungitura è finita; si radunano gli attrezzi, il latte riempie i bricchi e raggiunge la casera qualche centinaio di metri a valle dove la caldera aspetta il casaro. Si accende il fuoco e finalmente ci si scalda insieme al latte che lentamente si trasforma...
Si inizia con la filtratura per togliere le impurità più grandi mentre si versa nella caldera di rame. 150/170 litri si preparano alla trasformazione con l'aggiunta del caglio che addensa il latte. Quando la cagliata sarà pronta verrà fatta riposare per alcuni minuti e poi rotta con lo spino per dividere il siero dalla pasta prima di portare la caldera sul fuoco. La temperatura sale lentamente mentre Michele mescola per circa un'ora; dopo un periodo di riposo, con un telo viene estratto il formaggio solidificato e messo nelle fascere dove perde tutto il liquido e dove rimarrà per la stagionatura in una baita nel bosco poco più a valle. Con il siero rimasto si produce la ricotta. Si è fatto tardi e dispiace dover tornare rifiutando l'invito a tavola di Michele e compagni ma è stata una giornata "piena" e domani ci aspetta un altro sapore.

Buono perché unico e diverso

Il bitto storico viene prodotto ancora oggi seguendo un rigoroso disciplinare che permette di mantenere un sapore unico e una qualità altissima. Il bello sta nel fatto che ogni forma ha un "suo" gusto. Dipende dal nutrimento delle vacche, dal tempo, dalla stagione e, ovviamente, dalla mano del casaro...
Provare per credere!

Trekking tra i laghi


All'Alpe di Pescegallo potete arrivare percorrendo la mulattiera o anche comodamente in seggiovia da Pescegallo lasciando l'auto nel grande piazzale. Una volta in quota potrete scegliere tra numerosi percorsi che con un impegno moderato, vi porteranno tra queste montagne a scoprire ben 6 laghetti: Trona, Zancone, Piazzotti, Rotondo, Inferno e Ponteranica.

Di tutti i colori

La seconda tappa del nostro giro cambia il paesaggio e, anche se le montagne restano protagoniste dello "sfondo", sono le coltivazioni a farla da padrone. Il melo in Valtellina ha origini antiche, tanto che le prime testimonianze della sua coltivazione risalgono all'epoca romana. Ma fu nel secondo dopoguerra che la melicoltura ebbe notevole impulso, tanto da modificare il sistema agricolo e il paesaggio.
La coltivazione delle mele è favorita da fattori climatici: la protezione delle Alpi Retiche a nord e delle Orobie a sud, l'influsso della brezza del Lago di Como che spira lungo la vallata nelle ore pomeridiane, e l'escursione termica che, specie nel periodo a ridosso della raccolta, esalta l'aspetto, il gusto e la colorazione di questo frutto.
Una sosta di gustoso approvigionamento potrete farla a Ponte in Valtellina, al consorzio Melavì dove abbiamo incontrato Federico che ci ha raccontato come ancora oggi questo sapore sia il risultato di un grande lavoro, spesso nascosto, e di uno sguardo attento a ridurre il più possibile l'impatto ambientale. Sono circa 500 i produttori che tra agosto a metà ottobre raccolgono oltre 30.000 tonnellate di mele che passano da qui prima di arrivare alla distribuzione e alle nostre tavole.
Anche la coltivazione delle mele e la passione per questa terra, si tramanda molto spesso in famiglia, proprio come è successo a Federico che prosegue con entusiasmo l'avventura dei suoi nonni.

Vino da 130 anni

Pochi chilometri separano Ponte da Chiuro dove incontriamo una nuova storia. Varcato il portone si entra in un mondo di pietra; volte e scale si rincorrono a proteggere botti e vini che riposano qui per anni in attesa del loro primo calice. I Balgera fanno vino dal 1885 e Paolo - che ci fa da cicerone - rappresenta la quarta generazione; con lui i figli Luca e Matteo. Vino dunque da 5 generazioni, selezionando uva nebbiolo valtellinese che con lunghi invecchiamenti e tanta passione diventa sassella, inferno, grumello, valgella, sforzato, e qualche passito. Una storia che guarda avanti e tramanda un lavoro faticoso: sacrifici, esperienza e pazienza.
Le giornate trascorrono tra vigneti e cantina. Primavera ed estate tra i terrazzamenti, autunno tra le botti per far spazio all'uva che a ottobre si raccoglie partendo dalle migliori che vengono selezionate e messe ad appassire sui telai fino a gennaio/febbraio quando saranno pigiate.

Tra i terrazzamenti

Sul caldo versante retico della media valle, esposte a sud, le vigne si coltivano tra i muretti a secco che delimitano i terrazzamenti ricavati sui fianchi dei pendii disegnando una trama di piccoli ripiani che crea un grande paesaggio. Un luogo che ci viene consegnato da un sapere antico e di cui, ancora oggi, possiamo ammirare le bizzarre geometrie e i sapori unici.
Per immergervi in questo paesaggio, niente di meglio che cimentarsi lungo la Via dei Terrazzamenti, percorso ciclopedonale (circa 70 km) che collega Morbegno a Tirano snodandosi piacevolmente in saliscendi tra i 300 e i 700 metri di quota all'insegna di panorami e profumi ma anche di chiese, siti preistorici e antichi borghi. Senza ovviamente rinunciare a una tappa per un assaggio in cantina.

A tavola con i pizzoccheri

Non c'è stagione che tenga, una gita in Valtellina senza sedersi a tavola coi pizzoccheri, non è gita vera! Potevamo noi sottrarci? Certo che no. E allora niente di meglio che spingerci fino a Teglio, patria del pizzocchero, dove siamo stati ospiti da Elisa nel suo Hotel Bellavista. Mentre la vediamo impastare, le chiediamo di raccontarci come si prepara la pasta, proprio come ha fatto sua nonna con lei. Di origine incerta ma sicuramente lontana, i pizzoccheri sono un formato di pasta derivato dal grano saraceno un tempo ampiamente coltivato in Valtellina. Gli ingredienti sono quelli semplici della tradizione contadina e, il vero segreto è saper fare la pasta... Vedendo le sue mani veloci sulla pasta capiamo che, comunque vada, non c'è storia: saremo sempre migliori nell'assaggio che nella produzione e quindi ci dedichiamo subito a quello. Il vino di accompagnamento è un rosso corposo; un Valtellina DOC un Inferno o un Valgella...

Teglio

Un giretto a Teglio dopo pranzo aggiunge perfezione alla sosta. Dirigetevi allora verso il cuore antico del borgo e, ben presto, sarete a fianco dell'abside della chiesetta di San Pietro, curiosamente rivolta a sud. Poco oltre vi aspetta l'Oratorio dei Bianchi con la sua facciata affrescata e, poco distante (ma in salita), vi attende l'imponente torre, ultimo baluardo difensivo dell'antico castello che dominava il colle controllando la vallata. Il meglio deve ancora arrivare. In discesa lungo viale Parco Rimembranze, vi troverete di fronte a Palazzo Besta, assolutamente da vedere. Poco appariscente esternamente, vi stupirà fin dall'ingresso con il cortile quadrato a due ordini di logge, cuore del palazzo da cui si susseguono le stanze tra pareti affrescate e storie in cui, siamo sicuri, sentirete anche i passi dei Besta...

 

 informazioni

Portale Turistico Valtellina
www.valtellina.it

Centro del Bitto storico
www.formaggiobitto.com

Società Agricola Melavì
www.melavi.it

Vini Balgera
www.vinibalgera.com

Accademia del Pizzochero
www.accademiadelpizzocchero.it

Palazzo Besta
www.teglioturismo.it

come arrivare

Per raggiungere l'Alpe di Pescegallo si percorre la SS36, che si imbocca subito dopo l'uscita della tangenziale nord di Milano. Si procede quindi in direzione Lecco e, poi fino al trivio di Fuentes; da qui si prosegue in direzione Morbegno, lungo la SS38. Arrivati a Morbegno, si piega a destra percorrendo la SP7 della Val Gerola fino al termine della strada in località Pescegallo (parcheggio)

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